Resto al SUD 2.0

Pubblicato il 10 febbraio 2026 alle ore 12:58

Bando Resto al Sud 2.0: guida completa

Il Resto al Sud 2.0 è un incentivo pubblico gestito da Invitalia che punta a trasformare un’idea in un’attività concreta nel Mezzogiorno, riducendo il peso dell’investimento iniziale grazie a contributi a fondo perduto e a un percorso di accompagnamento (tutoring). L’impostazione è molto “operativa”: non è un premio, ma un supporto per partire davvero, con regole chiare su chi può accedere e su quali spese sono ammesse.

La misura è pensata per avviare iniziative economiche nelle regioni del Sud e in alcune aree del Centro-Sud.
In pratica, parliamo delle regioni tradizionalmente incluse nei programmi di coesione:

  • Abruzzo;
  • Basilicata;
  • Calabria;
  • Campania;
  • Molise;
  • Puglia;
  • Sardegna;
  • Sicilia.

A chi è rivolto: il profilo del beneficiario

Il bando è rivolto a giovani tra 18 anni compiuti e 35 non ancora compiuti.
Non basta però l’età: la misura guarda anche alla condizione lavorativa. In particolare, è orientata verso chi è fuori dal mercato del lavoro o in una condizione di fragilità reddituale. Rientrano quindi, ad esempio, i disoccupati e gli inattivi, ma anche chi è inserito nel Programma GOL. C’è poi una categoria particolare: i cosiddetti “working poor”, cioè chi lavora ma ha un reddito talmente basso da non generare, di fatto, un’imposta “effettiva” (il riferimento è alle detrazioni da lavoro dell’art. 13 TUIR).

Possono essere considerate anche iniziative avviate da pochissimo (nell’ordine di circa un mese prima della domanda) purché risultino inattive al momento della presentazione. È un passaggio delicato, perché bisogna evitare di risultare “già operativi” in modo incompatibile con i requisiti.

Che tipo di attività puoi avviare

Il bando è pensato per essere inclusivo rispetto alle forme giuridiche: può riguardare impresa individuale, società (anche S.r.l.), cooperative e anche attività professionali, comprese le società tra professionisti. L’idea di fondo è: non importa tanto “il vestito”, quanto la sostanza del progetto e la coerenza delle spese.

Come funziona?

1) Voucher a fondo perduto

Se il tuo progetto ha bisogno di un investimento contenuto, puoi puntare a un voucher a fondo perduto fino a 40.000 euro. In alcuni casi, il voucher può arrivare fino a 50.000 euro grazie a una maggiorazione.

Quella maggiorazione non è “automatica”: devi chiederla e devi meritarla con contenuti specifici. In sostanza, lo Stato ti dà più risorse se dimostri che una quota significativa del progetto va verso innovazione, digitale, sostenibilità o risparmio energetico. Oppure, in alternativa, se utilizzi consulenze tecnico-specialistiche erogate da enti del terzo settore iscritti al RUNTS, e lo fai rispettando vincoli precisi (ad esempio, una parte consistente della maggiorazione deve essere collegata proprio a queste consulenze).

2) Programmi di investimento

Se invece vuoi fare un progetto più strutturato, il bando ragiona a percentuale: per investimenti fino a 120.000 euro può coprire il 75% a fondo perduto; per investimenti tra 120.000 e 200.000 euro la copertura scende al 70% a fondo perduto. È una leva molto potente perché, se il tuo investimento è ben costruito, la quota pubblica diventa davvero rilevante.

Oltre al contributo, la misura prevede un accompagnamento. C’è un tutoring tecnico legato all’avvio e alla rendicontazione, e un tutoring gestionale che coinvolge anche Ente Nazionale per il Microcredito. Questo aspetto è spesso sottovalutato, ma può fare la differenza per chi parte da zero e rischia di inciampare su burocrazia e organizzazione.

Spese ammissibili e spese escluse

In generale, il Resto al Sud 2.0 finanzia investimenti: quindi beni, strumenti, dotazioni, tecnologia e alcuni componenti immateriali collegati all’attività. Sono normalmente coerenti, ad esempio, macchinari e attrezzature, nuovi arredi funzionali all’attività, software e licenze, servizi ICT e sviluppo di strumenti digitali. Sono previste anche alcune spese “immateriali” (pensiamo a certi asset legati al brand o a portali web a supporto della promozione, quando realmente connessi al modello di business).

Per le opere edili bisogna fare attenzione: possono essere ammesse soprattutto nei programmi di investimento e comunque con limiti percentuali (tipicamente non possono “mangiarsi” tutto il progetto, perché il bando non nasce per comprare o ristrutturare immobili, ma per attrezzare e avviare un’attività).

Dall’altra parte, ci sono esclusioni che generano bocciature o tagli: di solito non rientrano acquisto di terreni e immobili, leasing, materie prime, costo del personale, utenze e canoni di locazione. Non sono ammesse le consulenze “per fare la domanda” né quelle di natura legale/fiscale/tributaria. In altre parole, il bando finanzia ciò che costruisce l’attività, non ciò che serve a compilare o gestire l’adempimento.

Come si presenta la domanda?

La domanda si presenta online sulla piattaforma di Invitalia, accedendo con identità digitale (SPID/CNS/CIE). Prima di iniziare conviene essere pratici: ti serviranno una PEC e una firma digitale. Puoi farti supportare da un delegato nella compilazione, ma l’invio finale deve essere fatto dal titolare o dal legale rappresentante.

La valutazione, in genere, segue una logica “a sportello”: conta l’ordine cronologico di arrivo delle domande e non c’è una graduatoria come nei bandi a punteggio tradizionali. Questo significa che la qualità del progetto è decisiva, ma lo è anche la prontezza: arrivare con un dossier chiaro e corretto, senza continue correzioni, è un vantaggio reale.

 

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